venerdì, dicembre 28, 2007

Jimi Hendrix, Libero (Stone Free) - 1967
Ogni giorno della settimana
Sono in una città penosa
Se ci sto troppo a lungo
La gente cerca di buttarmi giù
Parlano di me come di una bambola
Parlano dei vestiti che indosso
Ma non si rendono conto
Di essere loro gli ottusi.

Ecco perché
Non potete tenermi al laccio
Non voglio essere controllato
Devo andare avanti
Oh!

Ho detto libero
Di fare ciò che mi pare
Libero
Di cavalcare la brezza
Libero
Non posso rimanere
Devo devo devo andare via
Adesso
Sì!

(Va bene, senti questo piccola)

Una donna qui, una donna là
Cercano di tenermi in una gabbia di plastica
Ma non si rendono conto
Che è così facile fuggire
Oh, ma qualche volta io sento...uh...
Sento il mio cuore battere all’impazzata
Ed è quando debbo muovermi
Prima che mi prendano
Ehi, ecco perché

(Ascoltami piccola!)
Non puoi tenermi al laccio
Non voglio essere legato
Devo essere libero

Oh, ho detto libero
Di fare ciò che mi pare
Libero
Di cavalcare la brezza
Libero
Non posso rimanere
Devo devo devo andare via
Sì! Oh!

(Lasciami andare piccola!)

Sì! Oh! Va bene!

Oh sì, ho detto libero
Di cavalcare la brezza
Libero
Di fare ciò che mi pare
Libero
Ma non posso rimanere
Libero
Devo devo devo andare via
Libero
Mene vado proprio ora piccola
Non provare a trattenermi
Me ne andrò per l’autostrada
Sì!
Libero
Adesso me ne vado
Addio piccola
Oh!

giovedì, dicembre 27, 2007

giovedì, dicembre 06, 2007

Red thing

Questo è il logo della nuova formazione della sinistra, che comprende Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e i fuorisciti di sinistra dell'ex DS. Durante la trasmissione radiofonica Caterpillar Oliviero Toscani è inorridito per questa grafica, che trova rozza, scontata. Io invece più la guardo, più mi ci affeziono. E' semplice, un po' naif, con poche pretese, non artificiosa. Secondo me funziona.

martedì, dicembre 04, 2007


Un centinaio di modi per vivere senza lavorare
di Tuli Kupferberg

(New York, 1967)

Muori
Qualcun altro muoia
Trova un milione di dollari nella tazza di un cesso
Sei l’unico che osa pescarlo fuori
Mendica e smetti dopo 1 $ al giorno
Ruba
Entra negli affari
Sposa un ricco omosessuale
Sposa un ricco asessuale
Sposa soldi
Divorzia da qualcuno
Fà del cinema
Dormi al cinema
Ruba pane ai piccioni
Ruba piccioni
Vestiti come un piccione e poi fatti anche
Nutrire
WPA
CCC
TVA
BVD
CHEKA
FBI
GPU
GESTAPO
Dipartimento di Polizia di new York
Esercito
Marina
Marines
Donne soldato
Donne marinaio
Pulci
Vivi in un lago
Stallone
Sii una padrona o un padrone
Diventa psicotico o
Diventa uno psichiatra
Fuma lunghe cicche
Mangia alle Halles
Mangia al Covent Garden
Mangia da Henry Miller
Usa gli scontrini
Compera pane vecchio di un giorno il giorno prima
E vendilo per pane molto fresco vecchio di un giorno
Cioè sopra il valore nominale
Mangia le ciambelle attorno ai buchi
Diventa Re
Fatti eleggere Re
Traffica armi per gli Americani
Vendi piani di Pearl Harbur ai Giapponesi
Inventa la polvere da sparo
Stampa la Bibbia di gutemberg
Stampa banconote
Ruba soldi
Abbi soldi
Barcamenati senza soldi
Mangia merda
Mangia un giorno sì e uno no
Non giocare d’azzardo
Gioca d’azzardo
Vinci alla lotteria
Vinci a poker
Vinci al casinò
Cadi dalla finestra e incassa l’assicurazione
Cadi davanti alla metropolitana e incassa l’assicurazione
Cadi davanti a un taxi e incassa l’assicurazione
Incassa
Sii un gangster
Sii un poliziotto
Sii un primo ministro
Scommetti sul cavallo vincente
Abbi un padre ricco
Abbi una madre ricca
Abbi un cugino ricco
Prenditi un mal di schiena psicosomatico
Prenditi un mal di stomaco psicosomatico
Recensisci libri
Ruba libri
Scrivi libri
Stampa libri
Sii un ciclone
Sii una locomotiva
Sii un affamato artista
Sii una fata
Fatti i tuoi vestiti
Cucina da te
Accetta inquilini

Etc etc etc

lunedì, novembre 26, 2007

Perché preoccuparsi?
O il problema ha una soluzione, ed è inutile preoccuparsi
oppure il problema non ha una soluzione
allora è inutile preoccuparsi.
Aristotele

lunedì, novembre 19, 2007

La Terza Madre
Sull’ultimo capitolo delle tre madri (dopo Inferno e Suspiria), segnalo un pezzo su Carmilla.

Lettera aperta al Ministro della Salute On.le Livia Turco.

(questa lettera è apparsa qui)

Sono un malato di SLA (sclerosi laterale amiotrofica o malattia dei motoneuroni), mi chiamo Sante Bernardi, ho sessantasei anni e vivo a Roma.
Com’è noto, è una malattia incurabile, con progressive e definitive paralisi degli arti superiori ed inferiori, fino a paralizzarli, per poi attaccare i polmoni; oltre ad una serie di difficoltà obiettive, legate alla sempre inamovibilità degli arti.
Ho presentato un ricorso, ex art. 700, alla Magistratura del Lavoro, in data 7 luglio 2007, per ottenere anch’io, come altri malati di SLA l’erogazione, ad uso compassionevole, di una proteina americana ( rh IGF1- rh IGF1 BP3) che, quanto meno, ritarda gli effetti tragici della malattia.
Ho ottenuto la pronuncia favorevole con un ordinanza, in data 31 agosto 2007 che, trasmessa alla mia ASL Roma D, avrebbe dovuto comportare anche per me l’agognata fornitura. Ma alcuni zelanti funzionari del suo Ministero hanno interposto appello all’ordinanza favorevole emessa precedentemente, appello svoltosi nell’udienza del 19 ottobre 2007 con sentenza della Magistratura del Lavoro che lo ha accolto, con conseguenze sul mio precario stato d’animo disastrose.
I giudici che hanno esaminato il ricorso si sono rifatti ad una pronuncia dell’AIFA suggerita dal Ministero della Salute che sostiene che il preparato non è commercializzato neanche negli Stati Uniti, Paese d’origine dove viene prodotto, e di fatto ne ha impedito l’uso.
Mi consenta il termine, ma e’ una grossa ignominia nei confronti di un malato di SLA che riponeva, giova ridirlo, le sue ultime speranze nell’acquisizione della proteina americana che paradossalmente è stata invece erogata ad altri malati in Italia che prima di me ne hanno usufruito con enormi vantaggi (i precedenti possono essere rilevati dal ricorso prodotto in prima istanza). In più l’errore proviene dalla mancata disposizione impartita alla ASL di RomaD da parte degli Organi Competenti in tempi brevi (quelli della prima sentenza). Tempi che allungandosi (ben due mesi) hanno provocato il ricorso in appello da parte dei suoi zelanti funzionari. Mi spieghi Lei perché mi devo ritrovare in una condizione così assurda?
Da una parte ho un’ordinanza che se fosse stata esperita nei tempi dovuti ossia prima del ricorso presentato dai suoi funzionari sarebbe già operativa e non sarei qui a raccontarLe la mia disgrazia, dall’altra c’è in gioco la mia vita che per via di un ricorso rigettato è appesa ad un filo. Aggiungo inoltre che è la prima volta che si verifica in appello che dopo un’ordinanza favorevole, come nel mio caso, ci sia il rigetto della pronuncia precedente.
La pregherei di intervenire tempestivamente e provvedere a districare questa subdola matassa e riesaminare al più presto i tempi in cui si sono svolti i fatti senza generalizzare più di tanto, poiché ciò che accomuna noi malati di SLA è l’essere destinati a fare una fine orrenda.
Tenga presente, per quanto Le è possibile, che ognuno di noi si trascina una propria storia, sulla quale non è giusto fare di ogni erba un fascio.
La ringrazio per quello che farà per me. Vorrei firmare di mio pugno ma non posso farlo e a mio nome firmerà mia moglie.
Sante Bernardi
Via Corinna,20
00125 Roma
cell.: 3468563251
tel: 06\52358254

mercoledì, novembre 14, 2007


Per cosa si uccide di Gianni Biondillo

di Ezio Tarantino con “controcanto critico” di Gianni Biondillo

Ma insomma, Per cosa si uccide di Gianni Biondillo è un romanzo di genere, oppure no?
Io direi di sì, che lo è. Di quale genere? All’ingrosso: è un poliziesco all’americana; ancora meglio: un poliziesco alla milanese – Carlo Manzoni, qualcuno l’ha letto? spassosissimo.
Per cosa si uccide fa sue alcune caratteristiche che mi paiono imprescindibili perché un romanzo possa definirsi di genere.

Continua a leggere su La Poesia e lo Spirito

sabato, novembre 10, 2007

Mattina Mattina
di Tuli Kupferberg

Mattino mattino
Mi sento così solo al mattino
Mattino mattino
Il mattino mi porta dolore

Luce del sole luce del sole
La luce del sole mi ride in faccia
E lo splendore che cresce
Mi mette al mio posto marcio

Sera sera
Mi sento così solo la sera
Sera sera
La sera mi porta dolore

Chiaro di luna chiaro di luna
Il chiaro di luna droga con grazia le colline
E il segreto del chiarore
Cerca di rompere la mia semplice faccia
Notte notte
Uccide il sangue sulla mia guancia
Notte notte
Non mi porta sollievo

Luce di stelle luce di stelle
Mi sento così innamorato nella luce di stelle
Luce di stelle luce di stelle
Amore baciami mentre piango

mercoledì, novembre 07, 2007


Un padre e la libertà

(stamattina, mentre bevevò un caffè, ho letto in un bar quest'articolo dell'attore Ivano Marescotti su Il Bologna, un giornale locale della mia città)

Nell’estate del 1928 mio padre Amleto aveva 18 anni, un ragazzino. Un giorno, falce in mano, con altri braccianti agricoli, stava mietendo in un campo di grano fischiettando un motivetto che aveva ascoltato in giro: “L’Internazionale”. Ma le orecchie delle spie fasciste erano in ascolto e così fu denunciato per propaganda comunista. Il Tribunale Speciale decretò: “Chi fischia l’Internazionale è comunista! Condannato al confino per 5 anni”. Nel ’35 mio nonno entrò nel cortile di casa in bicicletta portando sul manubrio un sacchetto con qualche chilo di farina. Mio padre gli chiese: “e questa da dove viene?” – “E’ il pacco del Duce” rispose il nonno. Era la generosità fascista. “Porta indietro ‘sta roba e dì loro che non abbiamo bisogno della loro carità, ma di lavoro!” Mio nonno così fece e il giorno dopo mio padre fu arrestato di nuovo e si beccò altri 8 anni di “vacanza” sulle isole, più un anno di galera per attività sovversiva comunista. Nel ’43 Amleto imbracciò il fucile per combattere il nazifascismo nelle formazioni partigiane guidate dal grande Bulow. Una generazione senza giovinezza per offrire la libertà alla nostra. Mio padre è morto a 83 anni sottraendosi alla vigliaccheria dei politici di oggi. Tal Luca Volontè alto dirigente dell’Udc, ha proposta “una legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo”. Costui, dunque, se fosse vissuto durante il fascismo, piuttosto che combatterlo insieme ai comunisti sarebbe stato rintanato in casa ad aspettare che mio padre gli permettesse di riacquistare quella libertà che ora usa per insultarlo. E oggi, coraggiosamente, vuole finalmente “stanare i comunisti uno per uno” (sic) e fargliela pagare. Quest’uomo, da compatire, mi getta nello sconforto, e così devo ricorrere a un dirigente democristiano per trovare un minimo di consolazione. Dice Rotondi, che ringrazio: “Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l’ha portata col sangue dei partigiani”. La Costituzione italiana, infatti, porta due firme. Una è quella del democristiano De Gasperi, l’altra è quella di Terracini, incarcerato dai fascisti per 17 anni, comunista. Ce n’è un’altra lì accanto, quella di Amleto. Anche se non si vede. Scusaci babbo, se puoi.

mercoledì, ottobre 31, 2007

Cravatte
Sulle recenti vicende politiche che, ancora una volta, (s)qualificano il nostro paese, segnalo un articolo su primo amore.

martedì, ottobre 16, 2007


Il testo che segue, pubblicato quasi cinquant’anni fa, rappresenta un commento visionario al tripudio di sangue, omicidi seriali, voyeurismo necro che infesta i TG delle nostre televisioni, pubbliche e private.

... che cos’è che vogliono populo e l’élite? Il Circo!... esecuzioni sgocciolanti!... rantoli veri, torture, trippa riempilarena!... mica più mezzecalze di seta, false tette, sospiri e mustacchi, Romei, Camelie, Cornuti... no!... una Stalingrado!... carrettate di teste mozze!... eroi col cazzo in bocca!... tornarsene a casa dai gran festival con una carriola piena d’occhi... mica più programmi taglio in oro! Roba seria, sanguinolenta... basta coi trucchi pancrazi “ripetuti”, niente!... il Circo farà chiudere tutti i teatri... farà furore la moda dimenticata... gli anni trecento prima di Gesù! l’abito da sera è di rigore? Ma no! no! “la vivisezione dei feriti”... ecco, tant’arte, secoli di sedicenti capolavori per niente! bufale! crimini!

Louis-Ferdinand Céline, Nord.

martedì, ottobre 09, 2007


René Char, un secolo di poesia
a cura di Loris Pattuelli

L’anno che tra un paio di mesi ci lasceremo alle spalle avrebbe dovuto celebrare anche il primo centenario di René Char..
Qui da noi se ne sono accorti in pochi, in Francia si sono sforzati un po’ di più, ma neanche poi tanto a giudicare da quello che si è visto in giro.
Per quanto riguarda il nostro paese, bisogna invece dire che questo anniversario a qualcosa è servito: Einaudi ha finalmente ristampato Fogli d’Ipnos, mentre per Ritorno Sopramonte pare che Mondadori stia per fare altrettanto.
Fogli d’Ipnos è il più originale e prezioso diario poetico della Resistenza che sia mai stato scritto, Ritorno Sopramonte è una straordinaria raccolta di testi degli anni sessanta e settanta.

Ecco alcuni frammenti da Fogli d’Ipnos e poi Annullarsi del pioppo da Ritorno Sopramonte, con un commento di Jean Starobinski.

da Fogli d’Ipnos
42
Tra i due spari che decisero la sua sorte, ebbe il tempo di chiamare una mosca: “signora”.

62
La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento.

63
Ci si batte bene solo per le cause modellate con le proprie mani e in cui identificandosi si brucia.

73
A dar retta al sottosuolo dell’erba dove una coppia di grilli cantava stanotte, la vita prenatale doveva essere ben dolce.

81
L’assenso illumina il volto. Il rifiuto gli dona bellezza.

86
I raccolti più puri sono seminati in un suolo che non esiste. Eliminano la gratitudine e sono in debito solo con la primavera.

120
Voi accostate alla lampada un fiammifero e quel che s’accende non rischiara. Lontano, molto lontano da voi, il cerchio illumina.

129
Siamo come quei rospi che nell’austera notte delle paludi si chiamano e non si vedono, piegando al loro grido d’amore tutta la fatalità dell’universo.

131
A tutti i pasti consumati assieme, invitiamo la libertà. Il posto rimane vuoto ma il piatto resta in tavola.

156
Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente.

161
Mantieni di fronte agli altri quel che hai promesso a te solo. Questo il tuo contratto.

165
Il frutto è cieco. Chi vede è l’albero.

169
La lucidità è la ferita più prossima al sole.

187
L’azione che ha un senso per i vivi ha valore solo per i morti e compimento solo nelle coscienze che ne sono eredi e l’interrogano.

197
Partecipa allo slancio. Non al festino, suo epilogo.

201
La strada del segreto danza nella calura.

203
Ho vissuto oggi l’attimo della potenza e invulnerabilità assoluta. Ero un alveare migrante verso le fonti dell’alto con tutto il suo miele e le sue api.

211
I giustizieri dileguano. Ecco i cupidi volgere le spalle alle brughiere ariose.

227
L’uomo è in grado di fare ciò che non è in grado di immaginare. Il suo capo solca la galassia dell’assurdo.

237
Nelle nostre tenebre non c’è un posto per la bellezza. Tutto il posto è per la bellezza.

da Ritorno Sopramonte

Così, in un testo recente, l’annullarsi del pioppo dirà l’annullarsi stesso del poeta: mirabile modo di ripetere che “ in poesia si abita solo nel luogo che si lascia, si crea solo l’opera da cui ci si stacca, si attinge alla durata solo con la distribuzione del tempo”. Rileggiamo Effacement du peuplier, questo testo così laconico e così spazioso, in cui oltre ai quattro elementi, compaiono la verità e l’inganno, la violenza e la tenerezza, la natura e l’uomo uniti:

Spoglia i boschi l’uragano.
Io sopisco la folgore dagli occhi teneri.
Lasciate il gran vento in cui tremo
unirsi alla terra in cui cresco.

Affila la mia guardia il suo respiro.
Il cavo dell’inganno com’è torbido
della sorgente dai fondi imbrattati.

Una chiave sarà mia dimora,
finta di un fuoco che il cuore accerta;
e l’aria che la tenne nella sua morsa.

L’uragano è libertà scatenata, col flusso inesauribile del vento e il fuoco della folgore. Ma l’albero che sopporta, nella sua crescita ostinata, sopisce la folgore: che è chiamata “la folgore dagli occhi teneri”, la dolcezza si mescola alla violenza. Se ascoltiamo l’ingiunzione dell’albero, la furia mobile dell’uragano s’unirà alla terra immobile. L’albero appartiene nel medesimo tempo all’aria e alla terra. Il conflitto degli elementi gli infligge la passione, ma esso è simultaneamente il conciliatore. Sta ritto, ancorato al suolo stabile, ma trema in balia dell’uragano. Il suo fremito è indizio della duplice appartenenza. Perché tremare è un movimento statico, in cui si esprime insieme l’ubbidienza alla terra e quella al vento. Così il pioppo è partecipe del flusso vagabondo e resta imprigionato nel suo luogo. Nella sua sommossa verticalità, con la cima drizzata al cuore del tumulo aereo, il pioppo rifiuta il destino neghittoso della sorgente: il segno della altitudine ridestata (la “guardia”) si oppone all’immagine di una torbida origine mescolata all’humus. (La figura dell’albero ritto nell’aria tumultuosa s’apparenta a altre figure della libertà in contatto con l’elemento antagonista: quella sopratutto del remo nell’oceano).
“Una chiave sarà mia dimora.” La parola dell’albero diviene qui la parola del poeta. Perché il poeta è l’uomo dell’apertura, colui che rifiuta di stabilirsi. “Una chiave sarà mia dimora”: questa parola può sembrare enigmatica; il laconismo di Char giunge fino all’emblema e al motto; la parola non consente di decifrare subito il suo intento singolare e la sua portata universale. Eppure, per illuminarsi, essa richiede soltanto la pazienza e il sostegno del nostro sguardo; e si scopre che definisce il luogo della poesia e che fa appello, ancora una volta all’unione dei contrari. Char ci dice con forza che la sola dimora del poeta è lo strumento del passaggio, ciò che fa sì che una soglia possa essere varcata. (“Sposala la tua casa e non sposarla” dice altrove.) Il poema è questa chiave, -una chiave che ci libera, noi lettori, - mentre il poeta resta consegnato alla sua veglia. Ora, la chiave è stata forgiata da “un fuoco che il cuore accerta”, e, d’altro canto, essa appartiene anche alla forza sovrana del vento (“che la tenne nella sua morsa”). Come dir meglio, che il poema , cosa finta, oggetto immaginario, ha come garanzia della sua verità il fuoco interno dell’uomo e il regno esterno del vento? Che così, sotto questo duplice auspicio, la parola poetica non può smarrirci, per quanto lontana essa ci conduca dai nostri alloggi consuetudinari? Il poema, esile e forte chiave, ci dona una più vasta dimora sotto il cielo comune; ci fa accedere a quel focolare istantaneo “dove la bellezza, dopo essersi a lungo fatta attendere, sorge dalle cose comuni, attraversa il nostro campo radioso, lega tutto ciò che può essere legato, accende tutto ciò che deve essere illuminato del nostro fascio di tenebre”. (Jean Starobinski)

sabato, ottobre 06, 2007


Questo pezzo è uscito oggi su Liberazione e costituisce un ottimo commento alla vicenda dell’accordo su Welfare e lavoro in discussione in questi giorni nelle assemblee dei lavoratori. E’ scritto da Don Gianni Oderda, prete operaio e delegato Fiom di Rivalta all’Avio.


Romano Prodi questa mattina è venuto a Rivalta all’Avio. Alcuni lavoratori hanno distribuito il volantino: “C’è chi dice no!!!”. All’ingresso dello stabilimento abbiamo atteso l’arrivo del Presidente del Consiglio e per un’occasione favorevole mi sono trovato di fronte a lui. Gli ho consegnato il volantino delle nostre Rsu per il No. I lavoratori fanno fatica a comprendere certi disegni politici che li penalizzano gravemente. Ho detto a Prodi che sappiamo della sua convinzione religiosa e gli ho detto che un cristiano non può eludere il vangelo nelle sue scelte di vita. E’ fondamentale tutelare i lavoratori più deboli e come battuta (ma non era una battuta!) gli ho detto che il vangelo ci impedisce di privilegiare l’interesse di una parte calpestando i più deboli. Naturalmente Prodi ha accettato il volantino. Speriamo ricordi che se lo è messo nella tasca sinistra della giacca.

venerdì, ottobre 05, 2007


Poesia d'amore

di Richard Brautigan
S. Francisco, 1968

E’ così bello
Svegliarsi alla mattina
Tutto solo
E non dover dire a nessuno
Che l’ami
Quando non l’ami
più.

mercoledì, settembre 26, 2007


Saluti traumatici

Interrompo lo stato di semi-sonno di Baldrus (è un periodo così, troppi impegni, energie insufficienti, ma spero comunque che i lettori ogni tanto buttino un occhio, perché qualche aggiornamento viene fuori) per riprodurre il passo di un intervento che Giuseppe Genna ha pubblicato su Nuovi Argomenti. E’ la più bella, perché la più semplice, definizione di trauma psichico che mi sia mai capitato di leggere. Per l’intero intervento cliccare qui.

Il trauma non sarebbe altro che un’esperienza come le altre, cioè un pacchetto di informazioni percettivo-emotive, che giunge al cervello come fosse una cartellina del nostro pc, contenente i suoi bei files e che viene aperta dal cervello, il quale legge e controlla i files e la stipa laddove è opportuno: nel conscio, nell’inconscio, nel subconscio. Non c’è domanda su cosa sia conscio o inconscio: ciò va sottolineato. Il trauma è una cartellina che, aperta dal cervello, si mostra vuota: nel momento in cui è stata aperta, i files sono spariti, sono finiti in zone che non si conoscono. Curare dal trauma significa riportare i files nella cartellina, in modo che l’esperienza traumatica diventi equivalente a una qualunque esperienza e subisca il suo metabolismo normale, destinale. L’EMDR (Eyes Movement Desensization and Reprocessing
, una tecnica psicoterapeutica antitrauma sviluppata dagli americani per curare i reduci di guerra ndr) è una pratica che, attraverso un numero impressionante di abreazioni (il modo di recuperare i files) ottenute in un tempo ristrettissimo, permette di rivivere l’esperienza traumatica (non necessariamente come scena immaginale) e di liberarsi dal recalling del trauma, che sarebbe il blocco di quella cartellina non digerita dal cervello, la quale va in risonanza con esperienze simili, finché non sia stata definitivamente assorbita. Il secondo elemento fondamentale è che aumenta la presenza di sé a sé e che si finisce quasi sempre in una visione sensitiva interna vuota, colorata ma vuota. Non esiste indagine sulla valenza dei diversi colori che appaiono come stati certificanti il metabolismo definitivo dell’esperienza traumatica.

martedì, luglio 24, 2007

VACANZE
Anche quest'anno andremo in vacanza. Gargano, per la terza volta di seguito. Gargano in agosto, grande baraonda, animatori scatenati, ciapa la galeina coccodè e compagnia bella. Io, per me, andrei in vacanza in settembre, o in giugno, ma un concorso di forze di grande potenza fa sì che i miei desideri passino in secondo piano. Ma sono veri desideri? Stare lontano dalla gente, il mito di un soggiorno in solitudine, è vero desiderio o sentimento di fuga, fantasia che si scontra con la realtà?
Chissà.
Intanto si parte e ci risentiamo a fine agosto o settembre, un caro saluto a tutti dal Baldrus balneare.

mercoledì, luglio 11, 2007


Il santo rogo

Giordano Bruno frate apostata da Nola
(Verbale della Santa Romana Inquisizione)

Giovedi a dì 16 febbraio 1600

A hore due di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustizia d’un in Ponte, et però alle 6 ore di notte radunati li confortatori e cappellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le solite orazioni ci fu consegnato il sottoscritto a morte condannato videlicet.
Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata di Nola di Regno, eretico impenitente; il quale esortato da nostri fratelli con ogni carità e fatti chiamare due padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di San Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina mostrandoli per l’error suo, finalmente stette sempre nalla sua maledetta ostinazione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità, et anzi perseverò nella sua ostinazione che da ministri della giustizia fu condotto in Campo di Fiore e quivi spogliato nudo e lagato a un palo fu brusciato vivo, accompagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie e li confortatori sino al ultimo punto confortandolo a lassar la sua ostinazione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita.

giovedì, luglio 05, 2007


A piedi è meglio ?

(Come già scritto Claudio Sabelli e Giorgio Lauro sono in viaggio a piedi da Lavarone a Vetralla. Ecco un aggiornamento).

Lattine di Coca Cola, bottiglie di birra, pacchetti vuoti di Marlboro e Ms, cicche, Fanta, Gatorade, scatole di Daygum, bicchieri di Estathè, un'infinità di bottigliette di plastica di acqua minerale. Tutta roba cotta dal sole, una lunga corsia di monnezza che costeggia le strade italiane senza che alcuno si faccia carico di ramazzarla e portarla in qualche piattaforma ecologica. E così noi possiamo inventarci sociologi e fare un inventario che ci consente di tracciare la mappa dei consumi degli automobilisti italiani e della loro maleducazione. Abbiamo trovato anche una confezione di Viagra, due guanti da pittore, qualche pannolino in attesa di essere biodegradato. Nessun preservativo. Viene da chiedersi che cosa pensino i nostri concittadini quando aprono il finestrino e svuotano le loro linde macchinette. E' vero che sono tutti prodotti usa e getta. Ma dopo averli usati, devono proprio gettarli dove capita?
I bordi delle strade provinciali e statali che stiamo percorrendo sono un letamaio. Quand'è che qualcuno si prenderà la briga di pulirli dai tanti cadaveri di ricci finiti sotto le ruote delle macchine? Abbiamo visto bisce, serpentelli, vipere, rospi, topi. Oggi vediamo anche una piccola volpe, lì, in attesa di decomporsi. Sembra che dorma, poverina. Nessun gatto, nessun cane. Si sono fatti furbi? Oppure per loro la pietà umana prevede che vengano spostati? Fine del pippone socio-ecologico.
Le strade, che una volta erano il regno dei pedoni, oggi sono la proprietà esclusiva delle quattro ruote. Le macchine sfrecciano a pochi centimetri dai nostri gomiti e spesso leggiamo sguardi di fastidio negli occhi degli autisti.Qualche volta ci fanno dei gestacci, spesso ci suonano il clacson per invitarci a spostarci ulteriormente, magari dentro la roggia o dentro il fosso. Siamo una presenza fastidiosa, inopportuna, invadente. E' una legge non scritta: le strade non sono per i pedoni, tantomeno per i viandanti. "Ma quand'è che è avvenuto il cambiamento?", chiedo a Giorgio. "Quand'è che le strade sono state scippate ai camminatori?" Giorgio ci pensa un po', aggrotta le ciglia, sembra cercare nella memoria e poi dice: "Non lo so. Sicuramente io non ero ancora nato ma tu forse sì".
In preda a questi pensieri profondi percorriamo lunghi rettifili che ci portano dalla provincia senese a quella perugina. Passiamo il confine regionale. E' la nostra quinta regione, dopo Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna e Toscana. "Un quarto delle regioni italiane", pensiamo con orgoglio. Il grande tempo libero che abbiamo a disposizione ci spinge a fare fondamentali calcoli. Quante province abbiamo passato? Dieci? Quindici? Quanti passi abbiamo fatto? Più o meno di un milione per uno? Quanti litri di acqua avremo bevuto? 100? 150? Domande senza utilità per risposte che non avremo mai.
Umarells

lunedì, luglio 02, 2007


I 33 dischi
di Loris Pattuelli

33 dischi senza i quali non si può vivere di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Einaudi Stile Libero 2007) è uno di quei libri che non mettono mai fretta al lettore. Sembra incredibile, ma con la scusa dei 33 dischi da salvare si può parlare di tutto, proprio di tutto. L’eroe di questo libro è un supporto fonografico chiamato ellepì (long playing) che, detto tra noi, è anche la merce più anticonvenzionale che si sia mai vista in giro, una specie di bene primario mezzo individualista e mezzo collettivista, mezzo gaudente e mezzo sacro. E’ prima di tutto un omaggio affettuoso al vecchio disco, all’album: "Noi ragazzi degli anni cinquanta siamo stati testimoni della nascita, dello sviluppo, del successo, del declino e della morte di un supporto che si era confuso completamente con l'opera che conteneva, il disco. E oggi siamo testimoni della nascita , dello sviluppo e del successo di una musica digitale che vive in mille supporti differenti, anche nei dischi ovviamente, ma in un ruolo secondario, minore, sempre più irrilevante. Il nostro libro, insomma, odora di vinile, racconta un'epoca , una maniera di far musica, che in qualche modo è finita. E della quale, almeno per noi, è difficile fare a meno".
Ritornando al libro, la prima cosa da fare (io non ci sono riuscito) è proprio quella di evitare di fargli le bucce, di irrigidirsi sull’essenziale che inevitabilmente manca. Gli autori, com’è giusto, hanno fatto scelte molto personali, molto rispettose di quella cosa chiamata arte pop. Però manca Sergent pepper dei Beatles, manca Hot rats di Frank Zappa, Music for 18 musicians di Steve Reich, My life in a bush of ghosts di Brian Eno e David Byrne; manca quello che, per me (ma soltanto per me), è il più bel disco degli ultimi vent’anni. Fuori il titolo? Eccolo: Michey Hart At the edge Rykodisc rcd 10124.
A questo punto mi permetto di elencare alcune scelte particolarmente azzeccate: Pet sounds dei Beach Boys, Koln concert di Keith Jarrett, Kind of blue di Miles Davis, Electric ladyland di Jimi Hendrix, A rainbow in a curved air di Terry Riley, If i could only remember my name di David Crosby, Highway 61 revisited di Bob Dylan. Ma, visto che ci sono, vorrei anche sapere come si fa a non mettere in lista I am the blues di Willie Dixon: in questo disco il bluesman più saccheggiato dal rock canta e dirige la più sensazionale e gioiosa piccola orchestra mai apparsa sulla faccia della terra. E poi come si possono dimenticare i 29 blues di Robert Johnson? Qui c’è tutto quello che un eventuale marziano dovrebbe sapere di noi terrestri. E Satisfaction dei Rolling Stones? Qualcuno sa dirmi in quale album era? Io non lo so e non lo voglio neanche sapere. Era un 45 giri, sicuramente il 45 giri più sconvolgente di tutto il rock’n’roll. Chissà se qualcuno ha mai stampato un ellepì con soltanto questa canzone. Satisfaction e poi il silenzio per tutto il resto del disco. Più o meno come un coup de dés di Mallarmé: 10 pagine di versi e un altro centinaio di fogli bianchi per le note del lettore.
Il libro di Assante e Castaldo è proprio un gran bel libro. Io ogni tanto lo sfoglio come un almanacco, poi mi metto a sognare e a sragionare senza tanti scrupoli. Prendiamo la pagina dedicata a Revolver dei Beatles. Non è vero che il destino dei sogni è sempre quello di diventare incubi. I quattro di Liverpool la rivoluzione l’hanno fatta sul serio e l’hanno pure vinta, se è per questo: "La più smagliante qualità del gruppo era saper inventare forme del tutto inedite, a volte addirittura sconcertanti, con una sensazione di semplicità, una sorta di avanguardia messa gioiosamente al servizio delle masse. Di più, con loro si compie definitivamente la rivoluzione che era rimasta implicita alla musica popolare, la trasformazione da artigianato ad arte". Mi sono soffermato anche su Remain in light dei Talking Heads e, memore delle mille apocalissi della nostra trasognata quotidianità, ho iniziato a canticchiare qualche ritornello particolarmente azzeccato di questa straordinaria band newyorkese. Eccone uno che, lo confesso, mi ha fatto sentire prima iridescente, poi trasparente, e infine assente. "Come sono arrivato qui?" grida David Byrne. "Una volta nella vita devi farti questa domanda!", risponde il coro. Remain in light è la tribalità che si mischia con l’elettronica, la metropoli che si sposa con il deserto. E come non esaltarsi davanti a My favorite things, l’opera che John Coltrane ha continuamente reinventato negli ultimi sette anni della sua vita?
Il libro di Assante e Castaldo parla dei 33 dischi senza i quali non si può vivere. Meglio dargli un’occhiata ogni tanto, inserirlo nel circuito delle nostre piacevoli abitudini. Intorno a questo pezzo di cartone con dentro un pezzo di plastica c’è ancora molto da dire e da ridire. Potrebbe anche essere un buon inizio.
(Pubblico questo pezzo in contemporanea con la poesia e lo spirito)


venerdì, giugno 22, 2007

Giù a picco

Ultima puntata ieri sera di Anno zero, prima della cosidettra “pausa” estiva, cioè il vuoto assoluto fatto di telefilm visti e rivisti, repliche di trasmissioni-trash, il tutto in una televisione pubblica per la quale paghiamo fior di canone. La puntata era sull’ambiente, i disastri, le rapine, l’apatia. Angosciante. Certo, Santoro di solito spinge, estremizza, enfatizza: però era impressionante il Po in secca col Lambro che fa confluire liquami immondi che poi finiscono in mare, scarichi prodotti da una metropoli, Milano, che pretende di insegnare la modernità e non ha uno straccio di depuratore. Poi la cascata delle chiacchiere, il volume denso del parlato: tutti discorsi giusti, condivisibili: faceva impressione Rutelli con la sua tecnica raffinata di neodemocristiano: dare ragione all’intervistatore, riconoscere l’entità del disastro, l’assurdità di un’inedia politica che tutto fa marcire: poi l’incalzare del positivismo dei “piccoli passi”: insomma, la situazione è drammatica, però facciamo, proviamo, ci diamo da fare. Una tecnica dialettica collaudata che conquista la complicità dei telespettatori, che dicono “ehi, come parla bene, ha ragione”; poi però arrivava Dario Fo che, fuori dagli schemi, diceva accidenti è da quando ero piccolo che sento parlare di “situazione insostenibile” per gli scavi, le trivellazioni, e siamo ancora qua; poi arrivava Sgarbi abbaiante, che usava parole come “inculati” e via discorrendo; e Marco Travaglio, con la sua sferza, lucido, tagliente; l’unico che diceva cose concrete era il figlio di Dario Fo, Jacopo, che ha raccontato di un gruppo di acquisto per i pannelli fotovoltaici; eppure... eppure erano chiacchiere, parole liberate, retorica. Intanto le parole di Dario Fo - parole, parole nel coro - si abbattevano come una scure sul cicaleccio: è da una vita che si dicono sempre le stesse cose, che non si può andare avanti, eppure si va avanti, si affonda, e si sprofonda.

mercoledì, giugno 20, 2007

Ho dormito?
Mentre guardavo No Direction Home, il bellissimo film di Scorsese su Bob Dylan, con quelle interviste laconiche, ironiche, dove un Bob Dylan scontroso parla pochissimo, perlopiù con battute che prendono in giro l’intervistatore, e smorza ogni slancio retorico, pensavo ai nostri gruppi e cantanti intervistati su Videomusic, dove traspare l’ansia o il piacere di apparire, di compiacere l’intervistatore e il pubblico, e fanno i bravi, i simpatici, i brillanti. E mi sono chiesto: ma è lo stesso mondo? Oppure mi sono addormentato e mi sono svegliato in un altro segmento spazio-temporale?

venerdì, giugno 15, 2007

lunedì, giugno 11, 2007


A piedi è meglio

Claudio Sabelli Fioretti, già direttore di Cuore, e mio direttore ai tempi di Panorama Mese quando io ero uno dei fotografi di redazione, è partito per un viaggio a piedi da Lavarone, dove vive, a Roma, insieme all’amico Giorgio Lauro (uno dei redattori di Catersport, il programma sportivo di Radio 2). Poiché ricevo un diario di viaggio sotto forma di mail, ho pensato di pubblicare questi tre pezzulli; i numeri 2 e 3 riguardano l’acquisto e la preparazione dello zaino, evento fondamentale e delicatissimo per ogni viaggiatore.

1) Chissà perché quel giorno io gli dissi: "Mi piacerebbe andare a Roma a
piedi". Di cazzate io ne dico spesso. La settimana prima avevo detto:
"Vorrei fare la transiberiana da Leningrado a Pechino". E la settimana
prima andavo dicendo: "Compro un camper di lusso e giro per un anno
l'Africa". Oppure: "Prendo un aereo per la Norvegia e mi faccio tutte
le tappe della nave postale". Nessuno mi dava retta e nessuno mi
rispondeva. Al massimo qualcuno si faceva una risata e mi diceva: "Io
invece vado al Polo Sud". Gente che non sa sognare. Invece quel giorno
che gli dissi che avrei voluto andare a Roma a piedi Giorgio Lauro mi
ascoltò con grande attenzione e mi rispose: "Anche io". Bastano due
parole a volte per dare una svolta alla propria vita. Figuriamoci se
non bastano a cambiare il programma di un'estate. E allora niente
fiordi, niente camper, niente transiberiana. Via verso la Capitale. A
piedi. Lentamente.
Con Giorgio non è difficile mettersi d'accordo. Ma mentre io sono in
anno sabbatico, lui lavora. "Fino a quando?", chiedo. "L'ultima
partita è mercoledì 6 giugno", dice Giorgio. La vita di Giorgio è
scandita dal campionato di calcio. Ci sono disgrazie peggiori ma mica
tante. Giorgio, insieme a Sergio Ferrentino e Marco Ardemagni, tutte
le domeniche che dio manda in terra, e quasi tutti i mercoledì, si
occupa di calcio. Lo pagano per questo. E anche bene. Ma basta per
rovinarsi l'esistenza? L'umanità ha questa splendida vocazione ad
autodistruggersi, il calcio. "Bene", dico io. "Si parte l'otto
giugno". "No", dice lui. "Partiamo il sette". Guai a perdere un
giorno. Le Grandi Scelte hanno bisogno di tempi rapidi. Cotte e via.


2) E così siamo partiti il 7 giugno 2007. O meglio, abbiamo deciso che saremmo partiti il 7 giungo 2007. Giorgio mi aveva detto: "Stai tranquillo, arrivo la notte prima, appena finita la partita della nazionale contro la Lituania. Dormiamo e la mattina dopo facciamo gli ultimi preparativi e verso mezzogiorno partiamo". Si è presentato la mattina dopo a mezzogiorno. Ha parcheggiato la macchina, è sceso e ha detto: "Un attimo, devo prendere il mostro". Il mostro è il suo zaino. Il mio zaino invEce si chiama Millet. E' grigio ed ha dovuto superare un'incredibile serie di esami. Doveva essere leggero, grande, pieno di tasche, elegante, economico. Comprare uno zaino è un'arte. Un'arte nella quale ci sono degli esperti tremendi e pignolissimi. Ne avevo trovato uno bellissimo che soddisfaceva a tutti i requisiti. Ma era nero, calamita per tutti i calori che si aggirano dalle parti dei camminatori.

Niente. Nero non si può, ha sentenziato mia moglie e ne ha proposto uno chiaro, stupendo e molto raffinato. Ho cominciato a riempirlo e mi sono fermato subito. Erano rimasti fuori: golf rosso, computer, materassino autogonfiabile, sacco a pelo. Non va bene, ho sentenziato io. Lei è uscita ed è tornata col Millet. Ho detto: "Splendido".

3) Insomma siamo partiti, come dio ha voluto, il 7 giugno alle due e mezza. Il meteo, ossessione di Giorgio, ci aveva avvertiti. Temporale a mezzogiorno. Il meteo è un sistema per dividere gli ottimisti dai pessimisti. Gli ottimisti leggono il meteo che dice "Tifone" e commentano: "Vedrai, ci sarà un sole splendente". I pessimisti dicono: "Se dice tifone sarà tifone". Così all'ennesimo tentennamento di Giorgio io la sparo: "Il meteo, qui a Lavarone, non ci becca mai". E gongolo quando a mezzogiorno compare il sole. Ci dedichiamo così alla preparazione degli zaini. Anche la preparazione dello zaino divide gli ottimisti dai pessimisti. L'ottimista compra uno zaino piccolo e dice: "Ci starà tutto". Il pessimista compra uno zaino enorme e poi lo chiama "mostro". L'ottimista, una volta verificato che nel suo zaino non ci sta niente, ne compra uno più grosso. Ma sempre più piccolo di quello del pessimista. Alla fine però ce l'ho fatta. Mutande due, pantaloni tecnici due, magliette tecniche due, t-shirt tecniche due, calzini tre, fazzoletti due, mantella impermeabile, coprizaino, cachimiro rosso, ventina, cappello, foulard da esploratore sahariano, crema solare, autan, piastrine e macchinetta antizanzare, sandali mefisto, corda per stendere i panni, blixen, aciclovir, shampo, beauty, tenda di emergenza, racchetta da trekking, sacco a pelo e materassino autogonfiabile. E poi l'elettronica: videocamera, macchina fotografica, registratore, telefonino. E l'ossessione dei viaggiatori leggeri: i caricabatteria. Quattro. All'inizio pensavo che me la sarei cavata con quattro chili. Sono arrivato a dieci chili di zaino e tre chili di grosso marsupio addominale. E col miracolo della compenetrazione dei corpi c'è stato tutto. Sapete come si fa a fare entrare tutto in uno zaino? Bisogna parlarci e convincerlo. Una volta visto che rimane fuori un po' di roba bisogna svuotarlo completamente e riempirlo di nuovo dopo averlo pregato di impegnarsi di più. La seconda volta ci sta tutto. Giorgio che se la tira con i libri che ha letto e mi ricopre di noiosissime citazioni ne spara una di qulle che abbaterebbero un elefante. Ha letto anche un fondamentale testo per i camminatori quello di Le Breton che a sua volta cita Toeffer: "un uomo si riconosce dal suo zaino". A me sembra una stronzata ma non mi sento di dirglielo.

domenica, giugno 03, 2007

Imperdibile Dylan

Per ora sono usciti due dei tre bootleg series di Bob Dylan allegati all’Espresso + Repubblica. In teoria bisogna acquistare l’intero pacchetto, ma se si trova un edicolante anticonformista si può avere il solo CD per euro 6.90 senza l’aggravio del settimanale più quotidiano. E vale la pena. Sono due dischi interessantissimi, direi imperdibili per gli appassionati di Dylan. Il primo è tutto acustico, duro e puro, pezzi del 1962, 1963, atmosfere da club n ewyorkese, c’è il Dylan guthriano, chitarra, voce, armonica, scarno, tirato, rauco, distratto, freddamente rabbioso. Il secondo ha una parte acustica e una elettrica, arriva fino al 1974, e contiene pezzi stratosferici con Mike Bloomfield alla chitarra, inconfondibile, e Al Kooper all’organo. E’ il Dylan del '65 che faceva impazzire il giovane Jimi Hendrix vagabondo al Greenwech Village, che lo faceva vestire e pettinare con la messa in piega come lui, che gli faceva scrivere cover come Like A Rolling Stones, come All Along The Watchtower. Superlativa una versione di It Takes a Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, che sarà ripresa dal trio Bloomfiel-Kooper-Stills nel leggendario Super Session, da strippo I Shall Be Released. Ascoltare questi dischi è, in fondo, compiere un’operazione letteraria: sono registrazioni realizzate nel corso dei lavori per gli album The Freewelin’ Bob Dylan, The Times They Are A Changin’, Bringing It All Back Home, Higway 61 Revisited, Blonde On Blonde; si riconoscono sonorità, ritmi di molte canzoni poi raccolte dei dischi. Insomma, è come stare nel back stage di un grande romanzo.

martedì, maggio 29, 2007


Indietro tutta

Piccolo scorcio su un pezzo di società italiana: i cosiddetti “statali” (termine improprio usato dai media per descrivere tutti coloro che lavorano nel settore pubblico, con condizioni economiche e lavorative molto diverse), e il contratto dei pubblici dipendenti di cui si è tanto parlato (i famosi 101 euro). Stanotte si sono concluse le trattative. In sintesi, sono stati concessi i 101 euro promessi (lordi, vanno decurtati di circa il 30%), ma è partita una sperimentazione che porta la durata dei contratti da biennale a triennale. Ci sono pochi dubbi sul fatto che un anno in più significa una perdita dei salari (che non vengono adeguati anche per il terzo anno); salari che, ricordiamo, sono da fame: attualmente un dipendente comunale di categoria C con cinque anni di servizio (ex sesto livello) guadagna circa 1000 euro; uno di categoria D (ex settimo, per accedere dall’esterno è richiesta la laurea) non arriva a 1200. Ci si chiede perché il sindacato arretri di continuo; per debolezza? Perché è in atto un attacco mediatico, molto violento nei toni, contro tutto ciò che è pubblico (le polemiche demagogiche sugli “statali fannulloni ” che lavorano “la metà” dei privati)? Oppure - ed è un’ipotesi particolarmente inquietante - perché c’è il governo amico? E’ certamente l’ipotesi del sindacato autonomo RDB, molto critico verso il sistema, e nel sistema inserisce anche il sindacato confederale. Ecco il comunicato RDB:

UN ACCORDO INDEGNO
NO AI CONTRATTI DI TRE ANNI !!!

Cgil, Cisl,Uil e Governo Prodi hanno firmato un accordo che modifica e peggiora la struttura dei contratti, oggi per i lavoratori del pubblico impiego, domani per tutti gli altri.
Un accordo che trasformando i contratti attualmente biennali, in triennali diminuisce i salari e calpesta la dignità dei lavoratori.
Il Governo smentisce quanto sottoscritto con l'accordo del 6 aprile scorso in cui si manteneva l'assetto contrattuale e le risorse dei contratti per i dipendenti pubblici riguardavano tutto il 2007.
E' chiaro che le chiacchiere sulla “sperimentazione” e sul fatto che riguarderà solo i lavoratori del pubblico impiego non reggono: un tale accordo e la previsione di rivedere l'intera struttura del contratto entro dicembre si riferiscono ovviamente a tutto il mondo del lavoro
La triennalizzazione dei contratti era un obbiettivo perseguito da tempo da Confindustria su cui si era già cimentato senza successo Berlusconi, ci volevano un Governo di centro sinistra e i sindacati "amici" per riuscire in questo capolavoro!
La mancanza di uno strumento di adeguamento automatico dei salari all’inflazione reale (la scala mobile) rende l'allungamento dei contratti di un anno un elemento di ulteriore impoverimento delle famiglie dei lavoratori dipendenti che già non arrivano alla quarta settimana.
Apriamo immediatamente la mobilitazione in ogni luogo di lavoro e respingiamo questo accordo vergognoso.
Chiediamo l’immediato avvio della discussione in Parlamento della legge di iniziativa popolare per una nuova scala mobile su cui abbiamo raccolto e consegnato al Senato oltre 100.000 firme.

Ecco invece un passo del freddo, burocratico comunicato del sindacato confederale CGIL CISL e UIL:

“L’essere riusciti a salvaguardare questo patrimonio, ed anzi, grazie proprio a questo straordinario fattore, essere riusciti a raggiungere l’accordo tra mille difficoltà e tensioni, che pure fino all’ultimo hanno traversato il tavolo, è per noi motivo di orgoglio e di fiducia per il lavoro che ci aspetta a partire dalle prossime ore”.

venerdì, maggio 25, 2007


Ricconi-smart

Il presidente-smart degli industriali italiani, i peggiori d’Europa come li ha definiti una volta Prodi (che li conosce bene perché ci ha pomiciato per tutta la vita), i peggiori del mondo dico io, tra le altre cose ha detto che loro hanno “dato” molto, e ora tocca alla politica dare (a loro), perché nella barca sono quelli "che remano". Ma guarda un po’. Credevo che avessero soprattutto “preso” nella lunga storia di finanziamenti a fondo perduto, assistenzialismo selvaggio, cassa integrazione a volontà con la quale hanno devastato l’INPS, attentati ai diritti del lavoro, truffe mondiali come il caso Parmalat e molto altro. Deve essere come scrivono i giornali, cioè che il presidente-smart, dopo varie soffiate, allusioni, e continue smentite da parte sua, sta davvero per entrare in politica. Così alle prossime elezioni dopo Briatore questo paese dovrà farsi carico anche del presidente-smart. Che avrà un successo clamoroso, perché è noto che noi italiani adoriamo i ricchi, i potenti, diamo fiducia a chi ostenta il lusso, lo sfarzo. Li ammiriamo e li votiamo. Infatti siamo l’unico paese al mondo ad avere ancora un sultano.

venerdì, aprile 20, 2007


L'informazione al Bar Sport


Leggo, sul numero 17 de L’Espresso, in un articolo intitolato “Lo statale non fa la dieta”, a firma di Paola Pilati: “Dimagrire, che impresa impossibile. Soprattutto per la pubblica amministrazione, sebbene sia provato che, su dieci dipendenti, quattro lavorano per far funzionare il resto dell’apparato, cioè gli altri sei, mentre nel settore privato ne bastano due”. Alla parola “provato” ho avuto un sobbalzo: provato da chi, e come? Non viene citato alcuno studio, o ricerca, che possa “provare” quest’affermazione così d’effetto. Ma poi, quale studio serio arriverebbe a una tesi del genere? E a chi si riferisce? La polizia? L’esercito? La sanità? Quindi, su dieci poliziotti ne andrebbero eliminati sei; su dieci infermieri, idem. Vorrei vedere poi la sorte dei malati negli ospedali. Il fatto è che L’Espresso, che pure è un giornale con grandi reportages (poco più in là leggiamo un buon articolo sugli ogm), è da tempo in prima fila in una battaglia demagogica contro “gli statali”, e invoca a gran voce la possibilità di licenziare “i fannulloni”; questa campagna – politica – è partita dalla destra, e viene cavalcata con entusiasmo da alcuni giornali, per conto, ovviamente, di larghi settori del capitalismo nostrano, che vedono nello smantellamento di ciò che resta di pubblico grandi e ghiotte occasioni di business. Intanto l’informazione va allo sfascio, e alla notizia, al commento serio, vengono sostituiti il proverbio e il pettegolezzo da Bar Sport.

martedì, aprile 17, 2007

giovedì, aprile 12, 2007


Va' pensiero

Noi controlliamo i nostri pensieri? Sì, ma non totalmente. La psicanalisi ci ha insegnato che esistono le ossessioni, le pulsioni, che sono dinamiche prodotte dal cervello ma che possono assumere forme proprie, sorta di personalità ospiti della struttura madre, cioè noi stessi.
Sta di fatto che spesso, camminando, o lavorando, o in autobus, mi accorgo che i pensieri se ne vanno per strade ignote o eccentriche, e mi stupisco della stranezza dei percorsi.
Per esempio, se cammino lungo il fiume immagino di vedere una persona che si dibatte in acqua, e chiede aiuto. Io mi butto nella corrente gelida, e a rischio della mia vita riesco a tirarlo a riva. Chiamo un’ambulanza, e l’uomo – perché è un uomo, mai una donna – si salva. Qualche giorno dopo arriva una grossa berlina scura a prendermi sotto casa e scopro che l’uomo è un famoso imprenditore, ricchissimo e potente. Vengo condotto al suo cospetto e lui, gentile, anche se ancora provato dalla terribile esperienza, dice che mi deve la vita, mi chiede di cosa ho bisogno, qualsiasi cosa. Io dico che mi sono buttato per salvare una persona senza conoscerne l'identità, che non mi deve niente. Lui dice che questo mi fa onore, ma insiste, dice che senza di me ora lui non sarebbe qui a parlare. Ed io, alla fine, gli chiedo una casa. Sì, una casa, finalmente, per uscire dalla schiavitù dell’affitto. E lui solleva il telefono, scambia poche parole e stringendomi la mano dice di rivolgermi alla tale agenzia per ottenere qualsiasi tipo di casa io desideri, appartamento, villa, tutto.
Mica male, eh?
Oppure penso che ho un documento word importante, che serve per una indagine delicata. Non sono un poliziotto, né un magistrato, però sono coinvolto nell’indagine, non so perché. E’ un dettaglio insignificante. Ma il doc è protetto da password, una complessa sequenza alfanumerica andata smarrita. La polizia postale tenta senza successo di aprirlo, ma i tempi incalzano, così viene spedito in America, all’FBI, ma neanche lì riescono. Solo alla Microsoft, pare, sono in grado. Per questo dovrò andare a parlare con Bill Gates.
Questi pensieri strampalati emergono da chissà dove, spesso mentre cammino nel parco. Rido, ma non so se devo anche preoccuparmi.

lunedì, marzo 26, 2007

Navigazioni

Sempre più frequenti le integrazioni tra editoria e web. Esiste una casa editrice unicamente in rete, vibrisse libri, che ha pubblicato quattro opere, scaricabili gratuitamente in formato pdf; ma le integrazioni, o commistioni, o contaminazioni, sono nel sito di wu ming sull’ultimo romanzo storico Manituana, dove è possibile leggere lavorazioni parallele al romanzo, racconti laterali, non inseriti nel libro, ma che permettono una ulteriore navigazione nel testo. Vi è poi Medium, romanzo on line di Giuseppe Genna, con una serie di collegamenti ipertestuali che rende questo testo praticamente sterminato. Insomma, scrittura è mobile.
Eran trecento, eran giovani e forti...
su vibrisse

venerdì, marzo 23, 2007

Su Manituana, l'ultimo libro dei Wu Ming appena uscito in libreria, segnalo una interessante intervista agli autori su Lipperatura.

mercoledì, marzo 21, 2007


Nuovi fondamentalismi

Spaventosa – e mi scuso per questo termine che può apparire eccessivo – la vicenda di Sircana ricattato per alcune foto che lo ritraggono mentre a bordo della sua auto si ferma per parlare con un trans. Spaventoso il fango che viene sparso dai soliti giornali fogna che alludono, fanno l’occhiolino, fingono di indignarsi. Spaventosa la malafede, la falsa morale, la creazione dello scandalo sul nulla. Ma la cosa più spaventosa è che anche in Italia ora si speculi sui comportamenti privati di qualcuno. Tempo fa da noi si rideva degli scandali americani o inglesi, dove vige da sempre un certo riserbo pruriginoso e ipocrita, derivato dal puritanesimo (gli americani sono i maggiori produttori mondiali di film ed editoria pornografica); da noi, si diceva, popolo di libertini, questa robaccia non avrebbe seguito, perché ognuno, nel suo privato, è libero di fare ciò che vuole; del sesso, poi, non ne parliamo. Spaventoso è che questo scandalismo invece stia sfondando, che venga usato come arma di ricatto. Sono i fondamentalismi che avanzano, l’aggressività rinnovata delle false morali, di chi manovra le religioni, sono gli effetti degli attacchi alle unioni “contronatura”. E’ la caduta a picco, in atto da anni, nell’involuzione sociale, politica, culturale.

lunedì, marzo 05, 2007


Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Chi ha amato Jane Austen apprezzerà la prima parte di questo libro. Vi è, infatti, una narrazione molto inglese sui rapporti familiari e matrimoniali, all’interno del sistema convenzionale e formale britannico che tutto modella e plasma: quell’aplomb all’apparenza garbato e signorile che in realtà è totalitario e violento, perché soffoca le emozioni, i desideri, gli ideali, le speranze.

Da Jane Austen sappiamo che una donna, nell’Inghilterra dell’Ottocento, aveva come unica possibilità di realizzazione quella di sposarsi. Da sola, era perduta; una delle grandezze della Austen è di avere mostrato donne indipendenti, tenaci, anche se bene inserite nel sistema. La storia – ci racconta Somerset Maugham – non è affatto cambiata nel primo Novecento, l’epoca in cui è ambientato Il velo dipinto, famoso romanzo apparso nel 1925 dal quale fu tratto un film interpretato da Greta Garbo, e un
remake da poco uscito nelle sale.
Kitty è giovane, bella, brillante, spiritosa, e deve – assolutamente deve – sposare un buon partito. L’ha deciso la madre, una donna dura, caparbia, che si consuma nell’insoddisfazione, col marito giudice che non riesce ad avere un incarico abbastanza elevato che gli/le permetta, finalmente, di salire la ripida scala sociale. Kitty va ai balli, ai ricevimenti, ma il tempo passa e nessun pretendente degno di rispetto si fa avanti: solo sbarbatelli spiantati o uomini maturi, vedovi con figli a carico. Ma com’è possibile? si adira la madre. Intanto la sorella minore, più bruttina, e scialba, sposa addirittura un baronetto. Kitty ha già 25 anni, un’età pericolosa, perché si avvicina quella tragica della zitella ormai irrecuperabile. La madre è di pessimo umore, atterrita all’idea di ritrovarsi una figlia anziana tra i piedi. Così fa pressione sulla figlia. Vuole decidersi a sposarsi? Kitty avverte questa pressione su di sé, e va in crisi, ma non può materializzare dal nulla un valido uomo inglese con una professione abbastanza prestigiosa e un solido conto in banca.

Poi arriva Walter Fane. E’ "un batteriologo" (oggi si direbbe virologo), il che non è certo il massimo per le ambizioni della madre. Inoltre è un tipo poco brillante dal punto di vista mondano, è un tipo chiuso, modesto; però ama Kitty, e poi non si può andare tanto per il sottile, vista l’età non più giovanissima della figlia. Inoltre Walter lavora nella colonia cinese, a Hong Kong, e se la porterebbe via, eviterebbe la minaccia di una figlia non sposata in giro per casa. Il matrimonio viene combinato e Kitty parte per la Cina.

E qui inizia la seconda parte, quella che viene definita "esotica". Troviamo Kitty amante del più bel tomo di Hong Kong, Charles Townsend, il vicesegretario della colonia, un incarico che promette un futuro radioso. I loro incontri avvengono in una stamberga in affitto, ma talvolta anche nella casa di lei, quando il marito è al lavoro. Ma Walter, che non è uno stupido, mangia la foglia, e le dà un ultimatum: o la segue in una città dell’interno, dove è in atto una grave epidemia di colera, oppure chiederà il divorzio, tirando dentro anche Townsend. Kitty è adirata, ma anche disperata. Un divorzio significherebbe tornare a Londra, dalla madre. Così ne parla a Charles, che l’ama follemente: perché non accettare il divorzio, e coronare così il loro sogno d’amore? Ma Charles, come da copione, rivela la sua vera natura: un divorzio? Uno scandalo? E il lavoro? E i figli? Insomma, Kitty deve adeguarsi, non deve avere atteggiamenti estremi. Kitty capisce che Charles è in realtà un mollusco, un essere meschino, ed è stata una sciocchezza credere in lui. Amareggiata, delusa, decide di seguire Walter.

A questo punto passiamo alla terza parte, la più dura. Il romanzo infatti assume le sembianze di trattato edificante, la morte, la sofferenza, e la lotta senza quartiere contro il male. Ci sono le suore, che mettono a repentaglio la loro vita, col personaggio trasfigurato della Madre Superiora, descritta come una figura sovrumana, sia nel carattere sia nell’aspetto fisico: la sua faccia è sempre "bella" e "austera" e "maestosa", mentre la sua personalità "era simile a una terra che al primo approdo appare grande ma inospitale, e in cui poi si scoprono piccoli villaggi ridenti in mezzo agli alberi da frutta nei recessi delle montagne maestose, e fiumi leggiadri che scorrono lenti tra praterie rigogliose". E’ il corpo centrale del libro, il più problematico, perché i numerosi, imbarazzanti virgulti lirici spingono ad abbandonare la lettura. Infastidisce anche un certo razzismo serpeggiante, i cinesi sono sempre e solo i musi gialli, i "coolie", figure indistinte, ombre senza identità, mentre il mondo è rappresentato unicamente dagli algidi inglesi, anche se descritti in tutte le loro bassezze e contraddizioni. Il racconto prende un po’ di respiro quando si addentra nel rapporto tra Kitty e Walter, un rapporto senza amore, fatto di silenzi, incomprensioni, rancori, e procede con alti e bassi fino al finale, prevedibile, particolarmente adatto a un dramma da trasporre nella versione cinematografica.

martedì, febbraio 27, 2007

A tutti
Mi scuso coi lettori e gli amici di Baldrus, ma sto trascurando questo spazio.
Impegni, deliri vari mi sottraggono tempo ed energie.
Non è facile mantenere alta la tensione.
Però sono sempre qui, anche se in stato di semisonno. Ogni tanto emergo dalle nebbie.
Come si suol dire, teniamoci in contatto. Restiamo connessi.
Un caro saluto a tutti.

mercoledì, febbraio 14, 2007


Criptoblog

Loris Pattuelli

Cucù. Cucù. E se spengo la televisione cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Ne convengo. Accendo internet explorer e faccio un giro per i blog letterari. Questa sera ho voglia di frugare nei cassetti degli altri, voglio vedere se c'è ancora qualche scarabocchio da leggere. Buon Natale, buon Natale per tutto l'anno. Il coro di with a little help from my friends dice che sono "affari miei", ma io non demordo. Quando spegni la luce, queste cose esistono, incominciano ad esistere per davvero. "Je suis jeune, tendez moi la main", diceva Rimbaud. Io entro nei blog in un modo non molto diverso da come entro nelle botteghe dei barbieri. E cioè spero che il titolare non abbia mai letto i Delitti esemplari di Max Aub. Per adesso mi è andata bene, ma non si sa mai. La letteratura fa meraviglie. Le fa sopratutto con i suoi homeless più rinomati. Entro nei blog e cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Vado avanti. Ma siccome Rimbaud è così giovane e ha ancora bisogno che qualcuno gli tenda una mano, forse è il caso di ricordare che la televisione fa molta luce ma non abbronza e che le botteghe dei barbieri e delle parrucchiere sono sempre piene di debuttanti assoluti. Per il resto è notte, notte fonda. Basta un piccolo cambio di consonante e il blog diventa un blob. E il mondo va avanti, avanti, sempre più avanti. Stesse compagnie di giro, stesse ronde, stesse comari armate di spranga e cestino della merenda. E poi che altro, perché c'è dell'altro, non è vero? Adesso faccio un complimento a Baricco, a Faletti, a Serra, a Sofri, a Galimberti e vediamo chi abbattono per primo. Cucù. Cucù. E se li mandassimo tutti in gita da Bruno Vespa?

domenica, febbraio 04, 2007


Fuga

Quello che sto per dire non è una boutade o un artificio letterario ma la pura verità. Rovistando in uno scatolone ho trovato una busta con dentro un dattiloscritto di tre facciate. La carta era ingiallita, i caratteri quelli di una macchina per scrivere che corrispondono a quelli della macchina che avevo prima di passare il computer. In cima il titolo “Fuga”, in coda una data: ottobre 1970. L’ho letto con emozione e con stupore. Sono quasi certo di averlo scritto io all’età di 17 anni e quattro mesi, ma non ne sono assolutamente sicuro. Ho un vago ricordo di me stesso che sto scrivendo questo racconto, ma potrei sbagliarmi. Sembra strano ma è così. L’ho ricopiato integralmente e così lo pubblico, anche se avrebbe bisogno di qualche intervento – seppure lieve – di editing.

Non eravamo mai stati in Città prima d’ora, Johnny ed io, i due lupi fottuti.
“Senti, io non mi sono ancora ripreso, ho bisogno di farmi curare” disse con la sua barba unta.
“Mi spiace, ma temo che si dovrà aspettare. Siamo appena arrivati, non possiamo bussare alla prima porta che capita.”
Guardai i suoi occhi vitrei, secchi di lacrime e di espressione, osservai il pallore del suo volto.
“Dico sul serio...” ansimò, “hai visto la mia colica”.
“Ora vediamo cosa si può fare”.
Ficcai una mano in tasca estraendone un foglietto sbrindellato.
“Ecco, questo è un indirizzo che mi ha dato un tipo. Pare che abbia certe conoscenze”.
Ci fermammo nel grigiore di una piazza e appoggiammo pesantemente a terra il nostro bagaglio.
“Aspetta” dissi a Johnny mentre si accoccolava tremante, “ora ti compro una porcheria calda”.
Mi diressi verso un sudicio bar, una specie di tavola calda col pavimento cosparso di segatura, dove una baldracca arruffata sciacquava bicchieri lanciando occhiate folli a destra e a manca. Le porsi la mia borraccia pregandola di riempirla di brodo caldo; me la strappò dalle mani e prima di rendermela volle accertarsi che il pagamento fosse corretto.
Uscii nuovamente in quella tragica piazza rabbrividendo a una folata gelida e umida. Johnny era piccolo, piccolo, con la testa tra le mani, e si dondolava tristemente fra i due grossi sacchi da montagna. La gente passava, chi col cappello sugli occhi chi col bavero alzato e i pugni in tasca. Nessuno si curava di lui. Notai che aveva vomitato.
“Cristo, bevi, ma lentamente. Ora si va da costui” dissi guardando il foglietto.
Non mostrò di avere udito la mia voce. Sussultava e tossiva. Sorbì penosamente un sorso di brodo.
“Andiamo via” disse con gli occhi fissi a terra, “via, via! Fa un freddo fottuto. Oh, sono stufo di continuare così. Voglio fermarmi per un po’. Penso...”
“Piantala ora. Qui è freddo. Dici giusto, ma ne parleremo più tardi. Andiamo”.
Lo aiutai a rialzarsi in piedi e presi anche il suo bagaglio. Ora si doveva trovare quell’indirizzo. Ci vollero quasi tre ore, tutti coloro cui chiedevo passavano oltre cercando goffamente di non sentire i miei “scusi”, o scuotevano la testa spaventati o isterici. Di tanto in tanto Johhny restava indietro squassandosi il petto tossendo. Finalmente suonai il campanello di un palazzone scuro, con tutte le finestre accuratamente sbarrate. Suonai una, due, tre volte senza risultato. Eppure dall’interno giungevano voci, musica,. Stavo per fare il giro della casa quando il portone si spalancò con violenza e un gigante biondo, sudaticcio e barcollante, con la faccia violacea a egli occhi ebeti, apparve sulla soglia con un rutto disumano. Una valanga di urla, fumo, musica e tintinnare di bicchieri precipitò fuori dal portone spalancato, infrangendo il silenzio nebbioso e innaturale del quartiere.
“Ehm” attaccai, muovendo un passo verso di lui, “ci dispiace disturbare durante una festa, ma il mio amico non si sente bene. Questo indirizzo mi è stato dato...”
“Bah!” mi interruppe boccheggiante, “entrate, un bicchiere e tutto passerà”.
Entrammo cauti e Johnny, che durante tutto il tempo aveva continuato a tossire, sputare e gemere, stramazzò come un cencio.
Corsi a sollevargli la testa e mi girai per chiedere aiuto al tipo di prima, ma lo vidi tuffarsi tra le braccia di una ragazza muscolosa, e sparirono come risucchiati dal mucchio. Fu allora che mi soffermai a guardare all’interno dello stanzone, con la testa inerte di Johhny sul palmo della mia mano.
Non una sola persona era in piedi, ed erano tante, tante, e mi parve che nessuno fosse completamente vestito. Una magnifica donna coi riccioli rossi, sfolgoranti sotto il pazzesco lampeggiare di luci colorate, ballava, o meglio, si contorceva, sulla superficie lucida di un enorme tavolo rotondo. Un grassone ingioiellato fino alle caviglie le solleticava le natiche con un bastone da passeggio. Alcuni battevano il tempo con le mani, i piedi, i bicchieri, di una muscia indefinibile, inascoltabile per il volume assurdo. Un ragazzino esile, dallo sguardo frenetico e sanguigno, tracannava un liquido rossastro, gettando via il bicchiere ogni volta. I mobili erano pochi, ma tutti molto grandi: un tavolaccio rustico, lunghissimo, qualche cassapanca massiccia, ripiani carichi di bicchieri, bottiglie e siringhe; poi c’era un lugubre credenza e tante sedie rovesciate. E poi il mucchio: una catasta di carne guizzante in pozze di liquidi, vetro, sangue, capelli fradici, mani adunche, bocche bavose e scene di un erotismo agghiacciante.
I tremiti di Johhnny mi scossero da quella fissità. Una bava verdastra gli orlava le labbra. Gli sistemai qualcosa sotto la testa e mi avventurai in quella palude umana, alla ricerca di un goccio di cognac. Mi feci strada con calci, spinte, sottraendomi a fatica a tutte quelle braccia viscide che tentavano di afferrarmi. Scovai una bottiglia e tornai nel vestibolo. Accanto a Johhnny c’era un uomo, nudo all’infuori di una lunga pezza rossa infilata in una cintura di stoffa. Non sembrava sbronzo, solo un po’ alticcio. Una guancia era segnata da un profondo graffio.
“Eroina?” disse indicando il corpo esangue con un cenno del capo.
Negai con un rapido cenno del capo.
“Non dovresti farlo bere, gli fa male”.
“E cosa dovrei fare? Lasciarlo crepare? O portarlo in ospedale, per vederlo trasportare in galera? Mi è stato detto che qui avrei ricevuto aiuto...”
L’uomo sospirò, fissando lo sguardo nello stanzone.
“Foste arrivati solo stamattina... guarda, quello è un medico, pensi che potrebbe aiutarlo? Guardalo, quello con la canottiera rossa”.
Supino, l’uomo che mi aveva indicato succhiava il collo di un fiasco ormai vuoto, allungando ogni tanto un ceffone a un altro individuo quasi privo di sensi.
“Comunque vedo se trovo qualcosa” disse l’uomo scomparendo nella stanza.
Cercai di praticare un po’ di respirazione artificiale a Johhnny. Sempre più smunto e inerte. Forse conveniva portarlo davvero in ospedale, sembrava in agonia. Forse avevo sbagliato tutto, ancora una volta. Sorseggiai del cognac, cercando di riflettere, ma tutto quel rumore, quel fumo denso... lo guardai con indifferenza: da quando eravamo insieme mi aveva dato solo un sacco di grane.
Il campanello suonò, come una fucilata. Chi poteva essere? Udii una voce secca e balzai in piedi. Polizia! Il campanello suonò ancora, doloroso, assassino. Poi, silenzio. Un istante dopo sentii rumore di vetri infranti, e da un finestrone irruppero cinque o sei giganti in divisa, afferrando i presenti terrorizzati per i capelli. Ecco, quello che temevo stava accadendo: farmi pizzicare stupidamente, senza difese. Dovevo svignarmela. Ma come? E Johnny? Lo coprii con alcuni cappotti. Non potevo portarlo con me. Raggiunsi una porticina, sganciai il catenaccio e socchiusi il portone. Tre di loro erano lì. Allora mi nascosi alla meglio tra i soprabiti nell’attaccapanni. Come prevedevo un poliziotto dall’interno andò a chiamare gli altri, che entrarono sbuffanti, fermandosi nell’atrio a godersi il pestaggio.Ecco il momento buono. Impegnati dalla scena e dalle urla non guardavano l’uscita e sgattaiolai fuori. Un altro poliziotto stava facendo il giro della casa. Aspettai nell’ombra e poi via!
Fuori, una notte gelida, maligna, deserta. Le luci delle case erano assediate dalla nebbia, dalla solitudine delle strade, delle piazze. Nelle case si mangiava, si parlava, si stava nascosti. Uno sparo proveniente dal palazzo si rifiutò di lacerare l’abbraccio freddo e nero del silenzio e morì nel vuoto.
La notte mi risucchiò senza curarsi di me.